Sunday 29 january 2012 7 29 /01 /Gen /2012 22:09

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Il metabolismo dell’alcol e i suoi effetti sulla salute

 

L’alcol è uno dei principali fattori di rischio per la salute.

Bere alcolici rappresenta una libera scelta individuale, ma è necessario essere consapevoli del fatto che può rappresentare comunque un rischio per la propria salute, per quella dei familiari e anche dei colleghi di lavoro.

L’alcol può esporre a forti rischi di incidenti o infortuni anche in conseguenza di un singolo ed occasionale episodio di consumo, spesso erroneamente valutato come innocuo per la salute e per la propria performance.

 

Il problema dell’assunzione di quantità eccessive di alcol sta avendo un’attenzione sempre maggiore sia in campo scientifico che sociale e normativo. La funzione ed il contributo della medicina del lavoro in questo campo appaiono quindi irrinunciabili e rilevanti. Deve però rimanere chiaro che si tratta di una problematica conseguente ad una attitudine della persona e non a condizioni di rischio derivanti dalle attività lavorative svolte.

Se c’è confusione nella definizione dei termini del problema non può che conseguirne difficoltà ad affrontarlo in modo efficace, individuando con chiarezza responsabilità, ruoli e compiti degli attori coinvolti.

 

L’ambiente di lavoro e quindi “l’azienda”, proprio per la loro valenza sociale di “comunità del territorio”, rappresentano luoghi elettivi di intervento per promuovere comportamenti e stili di vita salubri, e costituiscono un ambito di primaria importanza per gli interventi finalizzati alla prevenzione dei problemi alcolcorrelati con importanti ricadute anche per la collettività.

Il Medico Competente deve essere direttamente impegnato, in quanto sua specifica funzione e responsabilità nell’ambito della sorveglianza sanitaria dei lavoratori, nella verifica dell’assenza di situazioni di alcol dipendenza.

 

Effetti dell'assunzione eccessiva:

 

L’alcol etilico assunto per via orale viene assorbito rapidamente da stomaco, piccolo intestino e colon. Il tempo necessario per completare il processo di assorbimento varia da 2 a 6 ore, in funzione di fattori quali la presenza di cibo e/o di altri liquidi, il tempo impiegato per la sua assunzione, la variabilità biologica fra individui.

 

L’alcol, data la solubilità in acqua ed il basso peso molecolare, appena assorbito si distribuisce rapidamente in tutti i tessuti e fluidi del corpo, superando anche la barriera ematoencefalica e quella placentare. La massima concentrazione plasmatica viene raggiunta dopo circa 20 minuti dall’assunzione; saliva ed espirato seguono da vicino le variazioni dell’alcolemia, mentre le urine raggiungono un massimo con circa due ore di ritardo.

 

Dopo l’assorbimento a livello gastrico, responsabile di circa il 5-10% del suo metabolismo per l’azione di una alcol deidrogenasi, l’etanolo viene metabolizzato prevalentemente (90-95 %), per via ossidativa a livello epatico, ad una velocità costante nel tempo ma direttamente proporzionale al peso corporeo, attraverso l’azione di tre diversi sistemi enzimatici.

Il primo e più importante (90%) vede coinvolte due deidrogenasi: l’alcol deidrogenasi e l’aldeide deidrogenasi.

Il secondo, responsabile di circa l’8% del processo di trasformazione, è rappresentato dal

sistema dagli enzimi microsomiali o MEOS, costituito in maggioranza da una NADPH-ossidasi.

Il terzo, che però partecipa solo in minima parte al processo di biotrasformazione (2%), è rappresentato dall’azione di una catalasi.

 

Questi sistemi subiscono profonde modificazioni nell’etilista cronico (alcol deidrogenasi 45%, sistemi MEOS 50%, catalasi e sistemi non enzimatici 5%) con conseguente produzione e accumulo di radicali liberi (39, 45) capaci, a livello cellulare, di determinare gravi alterazioni nella permeabilità di membrana, nei segnali intracellulari e nella sintesi proteica.

 

L’escrezione di alcol non modificato, di solito, interessa il 2% della quantità assunta ed avviene prevalentemente attraverso reni e polmoni, anche se piccole quantità si ritrovano anche nella saliva ed in altri liquidi organici. Può aumentare fino al 10 % solo in caso di ingestione massiva.

La concentrazione urinaria è di poco superiore a quella ematica; quella alveolare è circa lo 0,05%.

Per quanto concerne gli effetti determinati dall’assunzione di alcol, questi sono tradizionalmente suddivisi in effetti acuti e cronici.

 

Gli effetti dell’assunzione acuta di etanolo variano in funzione dei livelli di alcolemia. Dopo un breve periodo caratterizzato da un effetto eccitante sul sistema nervoso centrale,

contraddistinto da euforia e disinibizione, predominano l’allungamento dei tempi di reazione, la mancanza di coordinazione motoria per effetto sui riflessi spinali (con riduzione del 50% a valori di alcolemia <1 g/l; agrafia e atassia per valori >1 g/l), la riduzione della capacità di giugiudizio, del controllo dell’emozioni, dell’attenzione e delle altre funzioni cognitive (già a valori di 0.2-0.3 g/l), l’abbassamento del livello di vigilanza sino alla perdita di coscienza, stato comatoso e, nei casi più gravi, la morte.

 

A livello degli organi di senso l’assunzione di alcol determina riduzione dell’acuità visiva (già a valori di 0.3 g/l), riduzione del campo visivo e alterazione della visione binoculare (0.4-1.5 g/l), riduzione della sensibilità tattile e olfattiva (a valori >0.4 g/l) e riduzione progressiva della percezione uditiva (per valori >1g/l).

 

Per quanto concerne invece gli effetti correlati a condotte di abuso cronico, accanto a patologie e a condizioni morbose la cui correlazione con il consumo protratto di alcol appare acquisizione condivisa (patologie del sistema nervoso centrale e periferico, dell’apparato cardiovascolare, digerente, emopoietico, endocrino e riproduttivo) ve ne sono altre per le quali la letteratura non mostra ancora un sufficiente grado di certezzaLe interazioni di tipo tossicocinetico tendono a verificarsi attraverso sia meccanismi competitivi sull’alcoldeidrogenasi (per es. metanolo) sia attraverso fenomeni di inibizione/induzione enzimatica a livello del sistema microsomiale epatico (per es. tricloroetilene, toluene).

 

Le interazioni di tipo tossicodinamico avvengono invece a livello degli organi bersaglio determinando effetti di tipo additivo, antagonista, sinergico, potenziati. Tali interazioni possono quindi essere responsabili anche di importanti interferenze nei risultati del monitoraggio biologico determinando significative variazioni nei valori degli indicatori di dose e di effetto utilizzati.

 

Nelle situazioni in cui sia nota o ipotizzabile una interferenza fra alcol e sostanze in uso lavorativo sarà quindi auspicabile considerare l’opportunità di valutare gli indicatori biologici in giorni in cui non sia stato assunto alcol o, qualora ciò non fosse possibile, determinare nel modo più preciso possibile l’entità del consumo sia abituale che di quello avvenuto nelle ore precedenti ai controlli.

 

Vedi anche: L’abuso di alcol in Italia e le possibili ripercussioni sulla sicurezza nei luoghi lavoro

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Saturday 28 january 2012 6 28 /01 /Gen /2012 03:04

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Sicurezza sul lavoro: no alla rotazione decennale dei Magistrati

 

L'ANMIL interviene nuovamente a sostegno dei Magistrati del pool sulla sicurezza sul lavoro di Torino che collaborano con il Procuratore Aggiunto Dott. Raffaele Guariniello.

 

Sui media è rimbalzato il loro allarme: il legislatore anziché dare concreta risposta alle istanze di Giustizia che provengono dal mondo del lavoro sta dando attuazione a provvedimenti di segno

diametralmente opposto, e cioè all'articolo 19 del D.Lgs. 160/2006 e successive modifiche, che impone la rotazione decennale ai Magistrati che esercitano funzioni giudicanti e requirenti di primo e secondo grado.

 

In pratica, con l'applicazione di questa normativa dovrebbero essere trasferiti ben 13 Magistrati specializzati in materia di lavoro, e gli stessi dovrebbero essere sostituiti da colleghi, provenienti da altri incarichi, che non hanno mai avuto esperienza specifica nel settore di indagine del pool. Smembrare il gruppo di lavoro significa nei fatti indebolire l'azione di indagine, e colpire l'organizzazione del lavoro che ha permesso di celebrare processi in tempi celeri, indagini accurate, e in definitiva di assicurare Giustizia alle vittime di omicidi plurimi sul lavoro (processi Thyssen Krupp ed Eternit).

 

Questi problemi non sono stati sollevati solo recentemente: il Dott. Guariniello già in un'intervista del 25 gennaio 2008 aveva lanciato la proposta al Presidente della Repubblica Napolitano di istituire una Procura Nazionale che si occupasse degli infortuni sul lavoro.

 

L'appello di Guariniello era stato fatto proprio dall'ANMIL nel secondo rapporto sulla tutela delle vittime del lavoro, presentato al Presidente della Repubblica nell'anno 2008: l'Associazione chiedeva interventi urgenti nel campo dell'organizzazione sovraordinata degli Uffici Giudiziari, garantendo una formazione specifica dei Magistrati addetti alla trattazione dei procedimenti in materia di lavoro ed un ampliamento delle unità operative di Polizia Giudiziaria.

Già il Dott. Guariniello aveva segnalato all'epoca che anche in Procure di grandi dimensioni la materia della sicurezza sul lavoro veniva posta in secondo ordine rispetto ad altri temi. Con un sistema giudiziario così strutturato le pene generalmente non vengono applicate anche in caso di soggetti (imprenditori e dirigenti aziendali preposti alla sicurezza) che abitualmente non osservano gli obblighi di legge. Questo aumenta in questi soggetti la convinzione di impunità.

Un ottimo esempio di riferimento è l'ordinamento giudiziario francese, dove vi è un pool di Pubblici Ministeri che hanno una competenza su quasi tutto il territorio nazionale sui reati di maggiore rilevanza che attengono la salute dei lavoratori. Anche in Spagna è stata introdotta negli anni scorsi la figura del Procuratore Speciale per gli incidenti sul lavoro.

 

ANMIL quindi fa propria la proposta di modifica della norma sulla rotazione decennale, avanzata dai Magistrati del pool di Guariniello, che prevede che detta normativa non si applichi ai Magistrati (giudicanti e requirenti) addetti alle sezioni e ai gruppi di lavoro specializzati nella trattazione dei procedimenti aventi ad oggetto reati connessi con la violazione delle norme a

tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

 

A ciò deve aggiungersi la necessità di modifica dell'attuale legislazione in materia di sicurezza sul lavoro, soprattutto per quanto riguarda i decreti attuativi alla legge 81/2008, che hanno creato maggiori spazi di valutazione discrezionale per i soggetti garanti della sicurezza, rendendo più difficile la repressione dei comportamenti penalmente rilevanti. Si segnala

l'ulteriore elemento della drastica riduzione degli indennizzi e dei risarcimenti per danno biologico a favore delle vittime di infortuni sul lavoro a seguito dell'entrata in vigore del D.Lgs. 38/2000, che ha riformato in senso peggiorativo la normativa del Testo Unico sugli infortuni sul lavoro, favorendo i datori di lavoro, che dal 2000 possono contare su una riduzione dei risarcimenti medi liquidati, nella misura di circa il 40% rispetto a quanto avveniva in precedenza.

 

Tutto questo fa sì che non sia un caso che, nonostante l'elevato numero di lavoratori in cassa integrazione o senza lavoro, il trend degli infortuni non registri una riduzione statistica in linea con gli altri Stati europei.

 

Di Mauro dalla Chiesa - Legale Patronato ANMIL

 

                                                               Fonte: Anmil.

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Thursday 26 january 2012 4 26 /01 /Gen /2012 18:42

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Quale lavoro per l'Italia

 

Pubblichiamo un'interessante intervista che Rassegna.it ha fatto al sociologo Luciano Gallino

 

La riforma del mercato del lavoro non crea occupazione...

Il dibattito, come al solito, è troppo ideologico...

Grandi equivoci sulla flexicurity: le statistiche danesi nascondono la disoccupazione reale...”

DI STEFANO IUCCI

 

La riforma del mercato del lavoro, da sola, non crea occupazione. E ancora, non è la crescita a generare occupazione, ma esattamente il contrario: è la creazione di posti di lavoro a produrre crescita. Quello di Luciano Gallino, sociologo e intellettuale a tutto campo tra i più lucidi di questi anni, è un approccio spiazzante in un’epoca di grandi semplificazioni ideologiche. Perché è singolare come in uno dei momenti più difficili della storia dell’ultimo secolo – in cui la finanza si avvita sull’economia rischiando di bruciare in pochi mesi diritti, lavoro e progresso pazientemente costruiti in tanti anni –, mentre servirebbero analisi e interventi sempre più complessi e sofisticati, il dibattito proceda invece con i tempi e la superficialità degli spot pubblicitari.

 

E allora sfilano uno dopo l’altro slogan scoppiettanti e accattivanti nella loro semplicità. E così basterà eliminare l’articolo 18, lanciare finalmente in Italia la flexicurity e liberalizzare il mercato del lavoro perché il paese si tiri fuori dalle secche in cui è finito tornando a creare sviluppo e lavoro. Ma stanno davvero così le cose? “Quello a cui assistiamo oggi è un approccio ideologico alle grandi questioni in gioco – dice Gallino a Rassegna –. Già trent’anni fa cominciarono gli attacchi alla presunta rigidità del mercato del lavoro e in particolare all’articolo 18. Ma personalmente non ho mai letto uno studio, una ricerca che provasse una relazione verificabile tra questa presunta rigidità e la crescita dell’occupazione”.


Rassegna: Cosa ci dicono i dati disponibili in proposito?

Gallino

Le tabelle stilate dall’Ocse mostrano molto chiaramente che a partire dal 1996 e fino al 2008 (ultimi dati disponibili, ndr) il rigore della protezione del lavoro è fortemente diminuito in Italia. Si è passati dall’indice molto alto del 1996, 3,57, all’1,89 del 2008, un dato molto più basso di Germania, Spagna e Francia. Riassumendo: non c’è nessuna “prova” del rapporto tra facilità di licenziare e crescita dell’occupazione e, in ogni caso, questa flessibilità in uscita è molto aumentata negli anni. Cosa si vuole, dunque, di più?


Rassegna: A cosa va imputato questo forte abbassamento di protezione negli anni?

Gallino

Si è iniziati ad andare in questa direzione con il Pacchetto Treu, ma poi, soprattutto, c’è stata la legge 30, con la quale i contratti precari si sono moltiplicati in maniera esponenziale, compromettendo così un’intera generazione di lavoratori. Gli occupati supeflessibili, infatti, non sono più giovani con la speranza di avere un lavoro stabile entro pochi anni, ma hanno ormai 40 anni e più.


Rassegna: Questa situazione, potrebbe cambiare con il contratto unico…

Gallino

Guardi, io questi tre anni di prova durante i quali il lavoratore può essere licenziato li trovo davvero singolari, direi fuori dal mondo. Nessuna impresa ha bisogno di tanto tempo per capire se una persona è adatta al lavoro che deve svolgere. Il periodo di prova può e deve essere molto breve: un operaio che costruisce macchine o un addetto alla ristorazione, tanto per fare qualche esempio, hanno bisogno di pochi giorni per imparare le mansioni che devono svolgere.


Rassegna: Ma una riforma del mercato del lavoro senza ideologie come andrebbe fatta, secondo lei?

Gallino

Non amo citarmi, ma per me restano valide le proposte lanciate in Il lavoro non è una merce. Occorre tornare a un solo tipo di contratto di lavoro a tempo indeterminato e orario pieno; rispetto a questa tipologia generale di riferimento si possono ipotizzare alcune deroghe: il contratto a tempo parziale, a tempo determinato e, quando sono davvero reali e non trucchi, le collaborazioni e le partite Iva. Questa riforma si può fare in due modi: la prima, ma mi pare molto difficile, abolendo la legge 30 e un pezzo del Pacchetto Treu (quello che si riferisce al lavoro in affitto); l’altra, che mi sembra più facilmente perseguibile, senza nessuna abolizione ma aggirando le disposizioni normative.

Rassegna: Una semplificazione che sembra abbastanza discutibile è quella che affida al mercato del lavoro il “compito” di creare lavoro. Cosa ne pensa?

Gallino

Sono d’accordo. Il mercato del lavoro serve casomai a far incontrare domanda e offerta. Più in profondità, credo che la sua funzione sia quella di porsi come principio guida importante per rendere “decenti” le condizioni di lavoro. Mi riferisco a quel decent work che non è concetto astratto o pittoresco, ma basato su standard misurabili e verificabili elaborati dall’Ilo e che riguardano: salario, sicurezza, ambiente, organizzazione del lavoro e così via. E certamente un universo occupazionale come il nostro, con 4 milioni di precari, non rientra in questi parametri. In estrema sintesi, un mercato del lavoro che funzioni deve ridurre i lavori “indecenti” e moltiplicare quelli “decenti”.


Rassegna: E per creare lavoro?

Gallino

Va totalmente ribaltato un concetto che oggi va per la maggiore: non è la crescita a produrre occupazione, ma il contrario. Solo una diffusa occupazione genera crescita. Occorre dunque lavorare, con serie politiche industriali – magari di stampo keynesiano –, per la creazione diretta di posti di lavoro. Ma di queste politiche non mi pare oggi di scorgere alcuna traccia o presagio, neanche all’orizzonte.


Rassegna: Cosa ci insegna l’Europa su come coniugare crescita e lavoro?

Gallino

Il paese più virtuoso, da questo punto di vista, è sicuramente la Germania. E uno dei motivi, secondo me, sta nel fatto che i sindacati sono molto forti, soprattutto nelle grandi aziende dove hanno il 50 per cento dei rappresentanti nei Consigli di sorveglianza. Non è un caso che in questo paese negli ultimi anni non si sia praticamente più licenziato. Basti ricordare gli accordi che flessibilizzano, in momenti di crisi, gli orari di lavoro, con la riduzione da 39 a 27 ore settimanali e con una perdita di salario di appena il 4 per cento grazie agli interventi dell’azienda e dello Stato. L’accordo alla Siemens del 2010, per esempio, che blocca i licenziamenti in tutto il mondo (210.000 addetti) fino al 2013. Ecco, cose di questo genere vorrei vederle anche in Italia.


Rassegna: Ma è esportabile un modello di questo tipo in un paese, come il nostro, il cui tessuto produttivo è fatto essenzialmente di piccole e medie aziende? E poi anche la codeterminazione alla renana ha qualche zona d’ombra…

Gallino

Certo il modello ha i suoi limiti, qualche compromesso di troppo, però nel complesso funziona. Quanto alla dimensione delle imprese, quello che dice lei è vero. Ma le potrei rispondere che accordi di questo tipo in grandi aziende come Fiat e Finmeccanica avrebbero una ricaduta importante in tutta la catena dell’indotto legata ad appalti e subappalti. Detto questo, anche in Germania non tutto va per il meglio. Ci sono milioni di occupati poveri nei cosiddetti minijobs – i lavori da non più di 15 ore a settimana e non più di 500 euro al mese – e ancora grandi divari retributivi (anche 30-40 per cento) tra est e ovest persino per le mansioni più elevate. Però nelle grande e medie aziende va abbastanza bene. E poi, rispetto al nostro paese, c’è la grande differenza degli investimenti in ricerca e sviluppo. Le do un solo dato: nel 2011 la Volkswagen ha speso 20 miliardi di euro, la Fiat 1,9.


Rassegna: Oggetto di grandi peana è da noi anche la flexicurity alla danese. Cosa ne pensa?

Gallino

Guardi, sulla flexicurity ci sono grandi equivoci. Le statistiche danesi sono congegnate in modo tale da nascondere la disoccupazione reale. Non rientra tra i disoccupati chi, avendo perso un lavoro, viene inserito in corsi di formazione professionale o si trova a svolgere apprendistato in qualche centro per l’impiego: ma non è affatto detto che costui, successivamente, venga effettivamente reinserito nel mercato del lavoro e, quindi, di fatto, al momento è disoccupato. Anche i prepensionati “a forza” non rientrano in questo contingente. In tal modo la Danimarca ha dichiarato per il 2011 un tasso di disoccupazione del 5 per cento, ma stime attendibili ci dicono che il reale indice di disoccupazione sia addirittura del 15 per cento. E poi c’è un altro aspetto da tenere presente. L’estrema flessibilità del mercato del lavoro danese porta ogni anno il 30 per cento degli occupati a cambiare lavoro, anche spostandosi. Ma la Danimarca è piccola: pensi all’impatto che potrebbe avere in Italia se il 30 per cento degli occupati (cioè 6 milioni di persone) dovessero ogni anno spostarsi per una penisola lunga duemila chilometri. Sono tutti aspetti che, nel nostro dibattito fortemente orientato in senso ideologico, vengono completamente ignorati.

 

                             Link Rassegna.it  




 

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Wednesday 25 january 2012 3 25 /01 /Gen /2012 18:27

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Verità e giustizia per i morti della Marlane.

Di Fosco Giannini.


Alla Marlane di Praia a Mare, in provincia di Cosenza, industria tessile del gruppo Marzotto, si è consumata una tragedia del lavoro della quale si parla poco. Ben oltre 100 lavoratori si sono ammalati di tumore di varia natura e a decine sono deceduti (secondo fonti attendibili e realistiche sono oltre 80). Purtroppo questi numeri, che nascondono vite spezzate, sono destinati a crescere nel tempo.
Siamo di fronte ad un orrore sociale.

I padroni vorrebbero mettere tutto a tacere.


Vorrei chiederti l’adesione a questo Appello, non di partito ma appartenente solo a coloro che lo firmeranno, o che lo renderemo pubblico.


- APPELLO

Verità e giustizia per i morti della Marlane.


Il Tribunale di Paola, il 12 novembre 2010 ha rinviato a giudizio Pietro Marzotto ed altri 11 dirigenti della Marlane, della ex-Lanerossi, della Marzotto, con l'accusa di omicidio colposo plurimo, aggravato dalla omissione delle cautele sul lavoro, lesioni colpose gravissime, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro e disastro ambientale doloso, per aver sversato e interrato nell'area antistante lo stabilimento tessile, tonnellate di rifiuti speciali di cui la maggior parte di natura altamente cancerogena.


Dopo anni di indagini e tra mille difficoltà, la Magistratura ha deciso di procedere per raggiungere quella verità richiesta dai lavoratori, dalle famiglie, dalle organizzazioni sociali e associazioni ambientaliste, dalle amministrazioni locali che si sono costituiti parte civile (le parti offese sono oltre 180). Il processo doveva iniziare il 19 aprile 2011 ma la prima udienza è stata rinviata ben 5 volte (l’ultimo rinvio è del 30 dicembre 2011) per vizi di forma, errori di notifica ed eccezioni procedurali presentate dagli avvocati degli imputati. Il dibattimento, quindi, non è ancora veramente iniziato. La prossima udienza dovrebbe svolgersi il 24 febbraio 2012 ed il rischio di prescrizione aumenta con il passare del tempo.


Noi crediamo che sia giusto che emerga con chiarezza quanto accaduto alla Marlane. Riteniamo necessario, quindi, che il processo abbia finalmente inizio e che non ci debbano essere ulteriori impedimenti di varia natura che ostacolino il suo normale svolgimento. Perché i morti, gli ammalati, le loro famiglie e la popolazione chiedono verità e giustizia.


A Vincenzo Benincasa, Lorenzo Bosetti, Salvatore Cristallino, Antonio Favrin, Giuseppe Ferrari, Ernesto Fugazzola, Jean De Jaegher, Carlo Lomonaco, Pietro Marzotto, Lamberto Priori, Attilio Russe e Silvano Storer, imputati del processo Marlane, vogliamo fare un appello accorato: non chiedete ulteriori rinvii delle udienze, non autorizzate i vostri avvocati ad agire in tal senso: pretendete di raggiungere un verdetto in tempi ragionevolmente brevi. Questo è un vostro preciso diritto, un dovere e una condizione indispensabile per fugare qualsiasi dubbio e rendere giustizia ai lavoratori della Marlane ed alle loro famiglie.


Fosco Giannini. Dal Blog controlacrisi.org

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Tuesday 24 january 2012 2 24 /01 /Gen /2012 19:54

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I DPI a stock

 

L’uso corretto dei DPI è l’obiettivo che ci poniamo, cioè quello di evidenziare, come l’adozione di questi dispositivi, non possa limitarsi al semplice acquisto ed alla loro fornitura, ma deve entrare a far parte di un processo molto più complesso e profondo che parte dal momento della valutazione dei rischi per arrivare a definire una organizzazione mirata alla loro gestione attraverso la definizione di compiti e responsabilità dei vari soggetti, richiamati dalla normativa vigente.

 

Superare il disagio che l’utilizzo di una strumentazione tecnica da indossare o da usare durante l’attività lavorativa comporta innegabilmente un peggioramento sia dal punto di vista operativo che ergonomico dell’attività stessa, in quanto il lavoratore avrà maggiori difficoltà nell’espletare le stesse operazioni rispetto a quanto lo sarebbe in condizioni di massima libertà operativa. E’ naturale che questa costrittività, se è funzionale e limitata alla tutela della sua integrità fisica, diventa necessaria ed accettabile da parte del lavoratore, ma se, non tenendo in considerazione le esigenze del lavoratore, ne aumenta le difficoltà al di là dei limiti vincolati alla sua protezione o addirittura diventa esso stesso un rischio (ad esempio degli occhiali con lenti non corrette oppure guanti che producono allergie, ecc), tutto ciò è assolutamente scorretto e da evitare in quanto il DPI perderebbe le sue connotazioni di tutela, ma diventerebbe in questo modo un elemento di rischio ulteriore vanificando tutto il percorso fatto fino a quel momento.

 

Ma chi è in grado di dire se effettivamente i DPI scelti sono in realtà adeguati alle esigenze del lavoratore?... La risposta è semplice: il lavoratore stesso. Per definizione il DPI è “personale” cioè indirizzato al singolo individuo e quindi è il singolo che deve essere tutelato e non un insieme di lavoratori e solo lui è la persona più indicata per poter entrare nel merito degli aspetti ergonomici, solo di quelli ovviamente, perché sono strettamente connessi con la sua struttura e conformazione fisica. Ci sono gli uomini e le donne ad esempio, i grandi ed i piccoli, i giovani ed i vecchi, i sani e chi ha problemi fisici, ognuno con le proprie caratteristiche e diversità di cui al momento della scelta dei DPI è necessario tenere conto.

 

Ci preme anche prendere in considerazione un attimo che cosa non debbono essere i DPI.

 

Molto spesso succede che la presenza dei DPI sui luoghi di lavoro diventa, per il datore di lavoro, una scorciatoia per evitare l’applicazione delle adeguate misure per la prevenzione dei rischi, in altre parole l’adozione di questi dispositivi serve a coprire una prevenzione a basso costo mirata esclusivamente ad abbassare i costi con il risultato di garantire un livello di sicurezza inadeguato.

 

Non facciamo riferimento solo alle misure di carattere tecnico-procedurale, come la valutazione dei rischi, che sono quelle che la maggior parte delle aziende attua senza grossi problemi, soprattutto perché sono concretamente misurabili e verificabili ad un controllo; ma a tutti gli altri aspetti legati al coinvolgimento ed alla motivazione dei lavoratori alla sicurezza in generale ed al corretto uso dei DPI in questo caso.

Non è una novità sostenere che le aziende ritengono esaurito il loro compito con l’adozione e la fornitura di questi dispositivi, lasciando poi piena libertà ai lavoratori nel loro utilizzo, ritenendo in questo modo di aver adempiuto quanto previsto dalla legge e di poter scaricare così le responsabilità di un comportamento scorretto sui lavoratori. Atteggiamento assolutamente sbagliato in quanto le responsabilità rimangono comunque in capo al datore di lavoro ed alla line aziendale, come dimostrano le numerose sentenze di tutti questi anni.

 

Purtroppo questa è una prassi molto frequente all'interno dei luoghi di lavoro, che evidenzia in modo inequivocabile come molte aziende non abbiano ancora capito la funzione dei DPI e ritengano la loro adozione un fatto puramente formale (cioè come mettersi al sicuro per non essere sanzionati dall’organo di vigilanza) piuttosto che un’occasione importante per un reale miglioramento delle condizioni di sicurezza per i lavoratori.

 

Per i DPI vale lo stesso discorso degli infortuni sul lavoro: può diventare un’occasione per trasformare uno strumento passivo di tutela in uno strumento con forti connotati preventivi, se il suo utilizzo comporta un coinvolgimento diretto ed una assunzione di piena condivisione del processo decisionale da parte dei lavoratori, anche perché un atteggiamento attento e responsabile nei confronti di un singolo aspetto si riversa poi su tutti gli altri aspetti legati alla tutela della propria salute e sicurezza.

 

Quindi è importante che il RLS all’interno del proprio posto di lavoro, una volta che il datore di lavoro (anche dietro sua richiesta), ritenga necessaria la presenza dei DPI, faccia attenzione e vigili sul fatto che, questi dispositivi, vengano acquisiti solo dopo che siano state tentate tutte le altre possibile vie di prevenzione dei rischi e di protezione collettiva e utilizzati solo per quelle situazioni che realmente non sono gestibili con altri mezzi (anche di tipo organizzativo), perché uno strumento previsto dalla legge a tutela di quei lavoratori che necessitano della massima sicurezza possibile, possa invece essere occasione di massima insicurezza.

 

 

                               Vedi anche "DPI" Obblighi e Responsabilità

 

                                             e I DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Monday 23 january 2012 1 23 /01 /Gen /2012 18:29

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Scade il 31 di questo mese l'obbligo di sottoscrizione della polizza contro gli infortuni domestici per chi si occupa a tempo pieno, gratuitamente e in via esclusiva delle mansioni di cura della casa.

 

Per chi si occupa a tempo pieno, in via esclusiva, della cura della propria casa tutelarsi contro i rischi è un doveroso obbligo di legge. Un obbligo che costa poco, al quale bisogna adempiere - come ogni anno - entro la fine di gennaio e che può rappresentare una grande risorsa a disposizione dei lavoratori interessati e delle loro famiglie quando si verifica - molto più spesso di quanto si possa credere - un incidente. Entro il 31 di questo mese, dunque, va rinnovata l'assicurazione INAIL contro gli infortuni domestici. La polizza costa 12,91 euro e sono interessati donne e uomini - tra i 18 e 65 anni - che si occupano della cura della casa gratuitamente e senza subordinazione. In corso una campagna di sensibilizzazione. In merito l'Istituto sta promuovendo una campagna di sensibilizzazione su stampa periodica, Internet, radio e tv per rendere tutta la popolazione italiana più consapevole di quanto sia essenziale - in questo contesto - la cultura della prevenzione, puntando sulla conoscenza dei rischi specifici e sull'importanza, per chi lavora in casa "a tempo pieno", di garantirsi le opportune tutele.

 

Interessate oltre 5 milioni di persone. Secondo le stime dell'INAIL - elaborate sui dati Istat in relazione ai requisiti stabiliti dalla legge 493/99, che ha istituito l'obbligo assicurativo - sono 5.170.000 le persone potenzialmente coinvolte, tra i 18 e i 65 anni, su un totale di 8.140.000 classificate dall'Istat come casalinghe (rilevazione della forza lavoro, media 2010).

 

Nel dettaglio, i soggetti assicurabili sono quanti - avendo già compiuto 18 anni - lavorano esclusivamente in casa per la cura dei componenti della famiglia (per esempio, anche i ragazzi o le ragazze in attesa di prima occupazione), i pensionati (di entrambi i sessi) che non hanno superato i 65 anni, i cittadini stranieri che soggiornano regolarmente in Italia, gli studenti che dimorano nella città di residenza (o in località diversa) e che si occupano anche dell'ambiente in cui abitano, i lavoratori in cassa integrazione, in mobilità, gli stagionali, i lavoratori temporanei o quelli a tempo determinato.

 

Infortunarsi in casa: un fenomeno frequente, ma spesso sconosciuto. Gli infortuni di chi lavora in casa sono, purtroppo, un fenomeno diffuso, per quanto spesso trascurato dai mass-media. Le statistiche ci dicono che ben oltre la metà degli incidenti registrati riguardano casalinghe di età avanzata, tra i 56 ed i 65 anni (mentre si infortunano poco le under 40). Scivolamenti, inciampamenti e cadute (da scalette, sedie e sgabelli) sono le cause e le circostanze nettamente prevalenti, mentre seguono - a grande distanza - ustioni, tagli e altri incidenti.

Le conseguenze?

La frequenza molto alta di fratture (che interessano prevalentemente gli arti superiori e inferiori) e, successivamente - in modo meno incisivo - traumi, ustioni e ferite. Tra gli infortuni domestici, infine, prevalgono quelli che danno luogo a percentuali d'invalidità inferiori al 40%, rispetto a quelli che determinano invalidità più gravi (comprese tra il 41 ed il 70%). Gli incidenti che determinano invalidità superiori al 70% rappresentano un'esigua minoranza.

A cosa dà diritto l'assicurazione INAIL. In caso di infortunio, l'assicurazione INAIL dà diritto a una rendita se l'invalidità permanente che ne deriva è, per il lavoratore, pari o superiore al 27%. La rendita è per tutta la vita e oscilla da 166,79 euro al mese (invalidità del 27%) a 1.158,33 euro al mese (invalidità al 100%). Dal 17 maggio 2006, nella tutela assicurativa è compreso anche il rischio morte, che prevede una rendita ai superstiti.

 

L'entità del fenomeno. Sul fronte numerico, tra marzo 2001 e giugno 2011 le richieste di rendita per infortunio sono state 14.990 (a fronte di 802 rendite costituite). Per i casi mortali (tra il 17 maggio 2006 e il 31 dicembre 2010) le rendite richieste sono state 70, di cui 30 costituite. Il Fondo di assicurazione delle casalinghe (legge 493/1999) al 31 dicembre 2011 conta 1.732.270 iscritti (i casalinghi sono 19.284): su questo totale, 1.550.111 hanno sottoscritto la polizza tramite pagamento personale, mentre 182.159 tramite autocertificazione con oneri a carico dello Stato.

 

Il costo dell'assicurazione: meno di 13 euro. L'assicurazione costa 12,91 euro l'anno e, come già detto, va pagata entro il 31 gennaio (per godere della copertura per gli infortuni che si verificano dal 1° gennaio 2012 in poi). La polizza può essere regolata anche successivamente ma - dal 1° febbraio in poi - la copertura è attiva a partire dal giorno successivo a quello del pagamento ed è prevista l'applicazione di una sanzione per il ritardato o mancato pagamento (fino ad un massimo del doppio premio).

 

Come pagare. Per provvedere al saldo si possono utilizzare bollettino postale (e la ricevuta di pagamento costituisce polizza assicurativa), il web (con carta di credito Visa o Mastercard), la carta prepagata Postepay oppure tramite Bancoposta. Il bollettino si può richiedere online registrandosi al portale INAIL, e questo vale sia per chi deve effettuare la prima iscrizione sia per chi non ha ricevuto per posta il bollettino o lo ha smarrito.

 

Possibilità di copertura statale. Chi ha un reddito personale fino a 4.648,11 euro e fa parte di un nucleo familiare il cui reddito complessivo non superi i 9.296,22 euro ha diritto all'esenzione e il costo dell'assicurazione è sostenuto dallo Stato.

 

 

Per saperne di più INAIL/PS

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Sunday 22 january 2012 7 22 /01 /Gen /2012 09:21

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22/01/2012 salutesicurezzalavoro

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Thursday 19 january 2012 4 19 /01 /Gen /2012 22:00

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Il 14 febbraio 2012 scade il termine entro il quale responsabili e addetti dei servizi di prevenzione e protezione interni ed esterni devono aver concluso il percorso formativo quinquennale di aggiornamento, requisito essenziale per mantenere l’incarico.

 

L'articolo 32 del Decreto Legislativo 81/2008 prevede, per i responsabili e per gli addetti dei servizi di prevenzione e protezione sui luoghi di lavoro, la partecipazione a corsi di formazione secondo gli indirizzi definiti nell’ Accordo Stato-Regioni del 26 gennaio 2006. Il percorso formativo previsto dall’Accordo è strutturato su uno schema formativo di 3 moduli A, B e C, e da corsi di aggiornamento a periodicità quinquennale.

 

L’Accordo stabiliva però un regime transitorio per i soggetti già in carica all’epoca dell’entrata in vigore che prevedeva l’esonero dalla frequenza dei moduli A e B (sulla base del riconoscimento dei crediti professionali pregressi) e che fissava l’obbligo di aggiornamento a decorrere dal 14 febbraio 2007 (quindi con il completamento entro il 14 febbraio 2012).

 

Per gli ASPP l'aggiornamento quinquennale è da intendersi pari a 28 ore complessive per tutti i macrosettori ATECO, anche distribuite nel quinquennio.

 

Per gli RSPP appartenenti al raggruppamento dei macrosettori ATECO 3-4-5 e 7 l'aggiornamento quinquennale è da intendersi pari a 60 ore complessive, anche qualora l'incarico sia riferito a più di uno di tali macrosettori.

 

Per RSPP appartenenti al raggruppamento dei macrosettori ATECO 1-2-6-8 e 9 l'aggiornamento quinquennale è invece da intendersi pari a 40 ore complessive, anche qualora l'incarico sia riferito a più di uno di tali macrosettori.

 

Nel caso di esercizio della funzione di RSPP in macrosettori appartenenti a ciascuno dei due raggruppamenti di macrosettori su indicati, l'aggiornamento è da intendersi pari a 100 ore complessive.

 

In caso di mancato aggiornamento, verrebbero meno i requisiti professionali richiesti dall’articolo 32 del Decreto legislativo 81/2008 necessari per svolgere l’incarico.

 

Di conseguenza, il datore di lavoro dovrebbe revocargli la nomina e provvedere all’individuazione di un nuovo RSPP che rispetti invece i requisiti professionali necessari per il ruolo.

 

Il mantenimento in carica di un RSPP che non abbia i requisiti previsti equivarrebbe infatti, per il datore di lavoro, a una mancata nomina: violazione dell’articolo 17, comma 1, lett. b) (obbligo indelegabile del datore di lavoro di designazione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione dai rischi) con le conseguenti sanzioni (arresto da tre a sei mesi o ammenda da 2.500 a 6.400 euro).

 

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Lettura da parte di Pierfrancesco Favino della lettera del figlio di un ex operaio Ilva, morto sul lavoro - 4 aprile, Circo Massimo


Questione Nazionale drammatica

 



"Le morti sul lavoro sono una questione nazionale drammatica. Le imprese devono raccogliere gli allarmi dei lavoratori. E tutte, quando si verificano simili incidenti, devono dar conto dei loro comportamenti dinanzi alla magistratura."

 

Giorgio Napolitano, 9 dicembre 2007


 

Note Tecnico-Legali

 

  

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